Siena: una Chiesa accoglie Mustafà

Articolo tratto dal sito SettimanaNews

Gianluca Scarnicci, giornalista, è portavoce dell’arcivescovo della diocesi di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino, card. Paolo Lojudice. In questa veste si sta occupando della comunicazione riguardo l’accoglienza del piccolo Mustafà – il bambino siriano affetto da tetra amelia – e della sua famiglia. SettimanaNews raccoglie qui la sua testimonianza. L’intervista è stata curata da Giordano Cavallari.

Gianluca, ci spieghi qual è il ruolo che ti porta a parlarci di Mustafà e della sua famiglia?
Ho conosciuto don Paolo – il nostro arcivescovo – circa 13 anni fa. Allora ricoprivo un ruolo nella dirigenza nel gabinetto del sindaco di Roma. Avevamo infatti la necessità di entrare in contatto con chi era in grado di entrare nel campo Rom del Casilino da figura riconosciuta e ascoltata.
Don Paolo era rettore del seminario e aveva aperto nel campo, con l’aiuto dei seminaristi, una baracca per il doposcuola dei bambini. Il campo – abitato da circa 1.000 persone – doveva, per tante ragioni, essere sgombrato. In Campidoglio c’era molta preoccupazione. Si temeva di dover intervenire con le forze dell’ordine. In breve: grazie a don Paolo, non ci fu nessun problema e tutte le famiglie furono presto ricollocate.
Dopo la nostra conoscenza in quella circostanza, don Paolo mi ha coinvolto nell’ufficio stampa dell’associazione Medicina Solidale, la stessa che ora gestisce l’ambulatorio dei poveri sotto il colonnato di San Pietro. Poi, nel momento in cui papa Francesco lo ha mandato vescovo a Siena e poi l’ha creato cardinale, don Paolo ha pensato di avvalersi del mio servizio professionale: perciò, dal gennaio dell’anno scorso, ricopro il ruolo di portavoce e curo la comunicazione della diocesi.
Questo spiega come io mi stia occupando in questi giorni, tra tanto altro, anche dell’accoglienza in diocesi di Siena di Mustafà e della sua famiglia.
Come è originata questa accoglienza?
Tutto è nato è dallo scatto del fotografo turco Mehmet Aslan che ha partecipato al concorso Siena International Photo Awards, vincendolo. Come noto, il concorso ha dato evidenza mondiale a Mustafà. Col suo papà è divenuto rapidamente noto ovunque. Dall’ambiente del concorso è arrivata quindi all’arcivescovo la proposta di ospitare Mustafà a Siena. Don Paolo non si è trovato affatto impreparato alla proposta. Da quando è arrivato in diocesi si prende infatti personalmente cura della Caritas e delle attività di accoglienza.
Ha semplicemente detto: “Vi pare che la nostra Chiesa non possa farlo?”, il che è stato subito interpretato come un “sì”, ma senza enfasi alcuna. Dal suo “sì” è partito un iter di documenti che da Siena-Awards è arrivato al Ministero degli Esteri, all’ambasciata italiana in Turchia e allo stesso governo turco. Sono tante le persone che si sono date immediatamente da fare e che, anche qui, cogliamo l’occasione di ringraziare. All’arcivescovo è stato chiaramente richiesto di scrivere una lettera di impegno formale di accoglienza. Si è fatto garante di una ospitalità – da notare – senza limiti di tempo. Nel giro di un mese – quindi il venerdì 21 gennaio – la famiglia è arrivata a Fiumicino e poi a Siena.
Come la diocesi ha gestito il grande effetto mediatico suscitato dalla vicenda?
Sinceramente avremmo voluto gestire la vicenda – mediaticamente – in una maniera molto più semplice. Per la diocesi si trattava e si tratta di accogliere una famiglia – sicuramente con particolari esigenze – ma con la stessa cura e lo stesso affetto con cui sono accolte altre famiglie con bambini e tante altre persone. Ma – abbiamo visto tutti – all’arrivo dell’areo con Mustafà a bordo, a Fiumicino, c’erano già pronti 30 giornalisti da tutte le parti.
La corrispondente della RAI da Ankara – Lucia Goracci – aveva già lanciato la notizia su tutti i media. Si sapeva ormai dove la famiglia sarebbe stata ospitata. Ci siamo ritrovati, da un giorno all’altro, al centro dell’attenzione e sommersi di richieste di interviste e di notizie. Abbiamo cercato di gestire questo sviluppo difendendo soprattutto la famiglia da questa improvvisa – di per sé ben intenzionata – ma troppo invadente e preoccupante notorietà. Non è stato facile. Non è lo tuttora.
Perché questa notorietà è preoccupante?
Questo bambino è arrivato come una star ed è stato sbalzato, con la sua famiglia, in una realtà molto diversa da quella di provenienza. In famiglia nessuno conosce ovviamente una parola di italiano e neppure di inglese. Va recuperato al più presto il rapporto con la realtà, ora con questa nostra realtà quotidiana, ordinaria. Questo è quanto ci dice don Paolo, con la sua esperienza, assieme agli animatori e operatori della Caritas di Siena. Ci vorrà tempo. Ci vorrà tranquillità per questa famiglia.
L’altro aspetto dell’effetto mediatico riguarda proprio la Chiesa: la Chiesa accoglie tutti i giorni e accoglie tante persone. Questo normalmente non fa notizia. Mentre la buona notizia è proprio questa: c’è una Chiesa e ci sono tante Chiese locali in Italia che accolgono ogni giorno a braccia aperte. Solo se il caso mediatico di Mustafà serve a dare questa buona notizia, è un bene anche per la comunicazione ecclesiale.
Dove è stata ospitata la famiglia di Mustafà? In quale contesto di comunità?
La famiglia si trova ad Arbia – nell’hinterland della città – in uno dei poli abitativi della Caritas diocesana. Si trova in un appartamento accanto ad altri appartamenti abitati da altre tre famiglie ospiti. In questo polo l’ospitalità è accompagnata da una coppia – marito e moglie – di operatori della Caritas che, in questa fase, è affiancata, per ogni cosa, da una interprete di lingua araba. Di fronte all’abitazione c’è la parrocchia, in cui ha sede pure l’emporio della solidarietà.

La famiglia si trova, appunto, in un contesto di comunità. L’aiuto di molti non manca e non mancherà. Peraltro, la zona – come un po’ tutta la collina di Siena – offre, in prospettiva, tante possibilità di formazione e di lavoro. Le risorse, anche economiche, non mancano.
Come sta la famiglia? Come l’avete trovata?

Si tratta chiaramente di una famiglia con due persone con disabilità importanti. Come ha mostrato la famosa foto, il papà manca di una gamba amputata a seguito delle ferite inferte dai bombardamenti. Il bambino – Mustafà – è nato pressoché privo dei quattro arti. La patologia è stata prodotta dal gas – il sarin – usato dall’aviazione siriana sulla popolazione inerme nella regione di Idlib, ove la famiglia era sfollata: la mamma ha respirato quel gas. Ci sono poi le due sorelline di Mustafà. La mamma è in stato interessante. Non dobbiamo naturalmente dimenticare nessuno dei membri della famiglia. Tutti hanno bisogno di cure e di attenzioni.
Ora si trovano in quarantena. Sono, in questo periodo, sottoposti a visite ed esami clinici. Gli accertamenti saranno particolarmente accurati per Mustafà, ancor prima di affrontare il discorso delle sue protesi che sarà comunque molto lungo e complesso presso il centro specialistico di Budrio verso cui dovrà spostarsi – presumibilmente ogni 3-4 mesi, a periodi – col papà. In famiglia stanno tutti comunque apparentemente bene. La mamma appare la persona, comprensibilmente, più provata. Mustafà ha una vitalità incredibile. Mi chiedo cosa sarebbe se avesse gambe e braccia. Ma stiamo attenti all’esibizione del bambino prodigio! Dobbiamo guardarcene bene.
Quali prospettive si possono intravvedere per questa famiglia?

Il proposito di ogni accoglienza è rimettere le persone sulle proprie gambe: anche se sembra letteralmente paradossale – in questo caso -, il proposito è tale anche per questa famiglia. La prospettiva non è mai quella dell’assistenzialismo. Naturalmente si farà in modo che i bambini possano andare al più presto a scuola.
Anche il papà e la mamma saranno aiutati ad imparare la nostra lingua. Poi si vedrà per la formazione e il lavoro. Il nostro territorio offre sempre molte possibilità ed è molto generoso. Certamente non sarà una passeggiata. I percorsi della carità non sono mai a buon mercato e di facile successo. Ma la gioia di realizzarli è dentro la stessa fatica e le stesse difficoltà che inevitabilmente si affrontano. Assieme.
Come sta vivendo tutta la comunità – non solo ecclesiale – di Siena questa vicenda?
Nel suo stemma episcopale l’arcivescovo ha posto il segno del popolo Rom di cui si è lungamente occupato a Roma. Quando è arrivato a Siena molti temevano per questo. Non mancavano e non mancano peraltro i mangiapreti. Ti dico soltanto che ne ho sentito qualcuno – di rilievo – dire tuttavia, ancor prima che arrivasse Mustafà: “non mi sono convertito, ma sono orgoglioso di far parte di questa diocesi”.

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